martedì 11 agosto 2015

Come la tecnologia può mettere fine alle menzogne


Dire delle bugie è una costante nella vita della maggior parte delle persone. A volte lo facciamo anche senza rendercene conto. L’esempio classico è quando qualcuno ci chiede: “come stai?” e anche se ci sentiamo a disagio o soffriamo, preferiamo dire che stiamo bene per non passare per noiosi ipocondriaci.

Ma ci sono anche i bugiardi inguaribili. E spesso, molti di questi sono talmente bravi che risulta difficile smascherarli, anche conoscendoli bene. Ma nella nuova era digitale anche questi esperti della menzogna potrebbero avere la vita difficile, grazie all’enorme quantità di dati che spesso inavvertitamente noi stessi pubblichiamo in rete o nei nostri dispositivi digitali.

Ad esempio, vi è il caso di una donna della Pennsylvania che è stata recentemente smascherata dalla polizia della sua zona dopo che grazie all’analisi del suo FitBit (braccialetto elettronico), che indossava quando, presumibilmente, avrebbe subito una violenza carnale. Grazie ai dati del dispositivo gli inquirenti poterono infatti determinare che era sveglia è stava camminando quando invece affermò che stava dormendo, al momento della violenza.

Anche i social network servono allo scopo. La naturale tendenza della maggior parte delle persone a pubblicare anche i momenti più banali e inutili della loro quotidianità, si ritorce tranquillamente contro di loro nel momento in cui mentono. Infatti, i dati in rete servono a provare che in quel preciso momento si era in un determinato luogo facendo una cosa precisa.

E così che i datori di lavoro hanno scoperto che i loro impiegati, presumibilmente malati, erano in perfetta salute, grazie ai post pubblicati su Facebook. Diversi uomini e donne hanno scoperto che il partner li tradiva perché quest’ultimo aveva avuto la brillante idea di diffondere immagini e post compromettenti nel suo profilo Facebook.

Esistono anche programmi specifici che installati su di un computer o un telefonino, possono registrare tutte le conversazioni ei messaggi che avete mantenuto. E proprio con la stessa facilità con cui si cerca qualcosa in Google, qualcuno potrebbe “riavvolgere il nastro” e ascoltare/leggere chi ha detto/scritto cosa, a chi, e quando.
Ancor peggio può essere mentire durante una conversazione o chat online, perché così facendo si lascia una traccia non solo di ciò che si dice, ma anche della persona con la quale è avvenuta la conversazione.

Ma non è necessariamente obbligatorio diffondere attivamente i nostri dati online, perché qualcuno possa raccogliere informazioni personali di noi. Infatti, molte imprese utilizzano la tecnologia per raccogliere dati in merito a tutto ciò che facciamo quando siamo in Internet. Anche questo sito, essendo obbligatorio per legge, ha implementato il banner nel quale chiede ai visitatori l’autorizzazione per utilizzare cookies e script di navigazione.

Questi semplici programmi vengono utilizzati dalle società che gestiscono la pubblicità online, per stabilire cosa le persone fanno, cercano e acquistano in rete. Lo scopo è quello di, almeno così viene detto da Google & C., offrire un ambiente di navigazione e dei servizi sempre più personalizzati. Ma è altrettanto vero che tutta questa enorme molle di dati è disponibile a chiunque (leggi autorità statali nazionali e sovranazionali) abbia l’autorità pertinente e ne faccia richiesta.

Per non parlare del fatto che portandoci sempre appresso lo smartphone siamo perennemente localizzabili (GPS), e potenzialmente controllabili (registrazione voce e immagine a nostra insaputa).

Qualcuno dice che questo non è un problema, dato che mentire lo fa solo colui per il quale dire la verità è un problema. E che quindi, grazie alla tecnologia, potrebbe anche essere più facile mettere con le spalle al muro i malintenzionati. Tuttavia, dato che le cose non sono sempre bianche o nere, giuste o sbagliate, ma vi sono un’infinità di tonalità intermedie, a volte ci sono delle persone che mentono per proteggersi da un contesto che non potrebbe accettare la loro condizione.

Per esempio: se uno è cresciuto in una famiglia che fa parte di una setta religiosa fondamentalista per la quale chi si dichiara ateo merita l’esclusione totale, quando non addirittura la morte; oppure è un ebreo e vive in un paese dove solo per questo rischia la vita; oppure è un omosessuale che vive in un paese dove potrebbe subire delle violenze inaudite solo mostrandosi apertamente, allora potrebbe avere delle buone ragioni per mentire, non è vero?

Ma se, a causa delle nuove tecnologie, questa persona non riuscisse a mantenere il suo segreto o qualcuno che gli sta vicino si lasciasse andare pubblicando, anche involontariamente, dei dettagli sulla sua condizione, allora correrebbe dei rischi molto seri. Avete capito perché in alcuni casi è meglio non dire la verità?

In natura, tutti gli animali, compresi i grandi predatori, in alcune occasioni si mimetizzano mascherandosi o nascondendosi (una forma di menzogna), per proteggersi dai rischi che correrebbero venendo scoperti. La menzogna è garanzia molto spesso di sopravvivenza, e tutti abbiamo il diritto di vivere ed essere rispettati.
Dopo tutto, è grazie alle grandi menzogne istituzionalizzate, vedi le grandi religioni: cristianesimo, ebraismo e islam, (e ultimamente le ideologie politiche) che nel corso dei millenni si è contribuito a mantenere un discreto ordine. Se c’è un merito da riconoscere alla religione organizzata non è certo quello di avere inventato tanti diversi “babbi natale” che tranquillizzassero i cuori delle masse ignoranti che hanno da sempre una paura fottuta di morire, ma piuttosto quello di avere anestetizzato l’aggressività dei più attraverso la loro opera di omogeneizzazione delle masse. Buone ferie a tutti...



11 agosto 2015

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Oleh

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