venerdì 21 febbraio 2014

Argentina e dollaro: Un poco di verità sulla svalutazione del peso


Traduzione breve di una articolo apparso nel sito d’informazione Telesur.net che spiega le reali motivazioni che si celano dietro la recente svalutazione della moneta argentina e gli ultimi problemi economici del paese latinoamericano.

Ancora una volta, gli editoriali di quasi tutti i giornali occidentali si sono precipitati a dare una lettura catastrofica relativa alla svalutazione del peso argentino avvenuta negli ultimi giorni. Il manicheismo si è impossessato del mainstream mediatico in tema di economia globale. Pochi hanno voluto vedere approfonditamente ciò che è accaduto dentro un mercato dei cambi complesso all'interno della politica economica argentina perennemente sotto attacco. Il denominatore comune è stato, e rimane, suonare costantemente la campanella di allarme per segnalare il prossimo "crollo dell'economia argentina." Successivamente, si è passati subito a confrontare la situazione argentina con la svalutazione delle monete di altre economie emergenti in America Latina come il Brasile, la Colombia e il Cile.

Ma non soddisfatti di questa iperbole assurda, si “impacchetta” attentamente l'analisi ispirandosi all’idea che le economie emergenti stiano soffrendo tutte a causa della decisione della Federal Reserve degli Stati Uniti di iniziare a ritirare le misure di stimolo (quantitative easing ed iniziare il tapering, cioè, smettere gradualmente di immettere denaro nell’economia). Ciò implicherebbe che il tasso d’interesse (a lungo termine) negli Stati Uniti aumenti immediatamente, perché aumenterà naturalmente il costo del denaro dal momento che si arresta l’emissione di dollari e perché il capitale finanziario internazionale tornerà ad investire negli USA. In altre parole, il capitale internazionale fuggirebbe dai paesi emergenti per tornare a rifugiarsi nuovamente nel dollaro e negli USA, dato che i tassi d’interesse sono nel frattempo cresciuti.

Pertanto, secondo l'ortodossia prevalente, i paesi emergenti (India, Turchia e Sud Africa) avrebbero reagito con un aumento del tasso d’interesse per attrarre o mantenere i capitali finanziari. La cosa strana in questo quadro d’autore, è che non spiega in alcun modo perché TUTTI i cosiddetti paesi emergenti vengano trattati allo stesso modo; atteggiamento per altro classico tra tutti quegli analisti bigotti che credono esistere uno strumento analitico e degli obiettivi economici universali validi per tutti i paesi del mondo. Non riescono a capire (o forse non vogliono, o non gli è permesso) che per esempio: Argentina, Venezuela, Bolivia ed Ecuador seguano un cammino diverso e affrontino differenti sfide e che i loro strumenti non seguano assolutamente i dogmi neoliberali degli altri paesi occidentali. Questi paesi scelgono infatti di reinventarsi costantemente per adeguarsi meglio al progressismo post-neoliberale attivo un poco ovunque in America Latina.

Pertanto, paragonare il fenomeno della fuga di capitali dal Brasile o dall'India per poi dirigersi verso gli Stati Uniti con ciò che è successo in Argentina, può essere spiegato solo chiamando chi lo fa col suo nome: ignorante o servo malintenzionato. In ogni caso, la verità è che l'Argentina non è mai stata destinataria di questo tipo di capitali negli ultimi dieci anni di governo Kirchner. In realtà, in questi anni i fautori del modello neoliberista hanno piuttosto rinfacciato continuamente al governo argentino dei Kirchener di essere troppo passivo chiudendo appunto le porte all’entrata dei finanziari. Ora, questo reiterato atteggiamento di chi segnalava un enorme deficit di capitale straniero in Argentina non può adesso convertirsi di punto in bianco nella menzogna che vi siano ingenti capitali (mai arrivati) in fuga dal paese. In Argentina i dollari se ne vanno, o piuttosto non arrivano, per altre ragioni che ora andremo a spiegare. A quegli economisti servi dell’establishment internazionale per ora reggente, che scrivono dell’Argentina senza neppure avere la minima idea di quale sia la conformazione sociale, politica, economica e culturale del paese, si prega di prestare un poco di attenzione alle prossime righe.

L'anno scorso (2013), l'Argentina ha chiuso il suo bilancio commerciale con un surplus, come è accaduto sempre negli ultimi dieci anni del governo Kirchner. Le esportazioni superano ancora le importazioni, ma il ritmo di crescita dei due è diverso. L'anno scorso, le esportazioni hanno continuato a crescere ma meno degli anni precedenti. Perché? Perché innanzitutto tutte le organizzazioni internazionali confermano che la domanda globale cade come conseguenza della nuova crisi sistemica in cui stiamo entrando. Inoltre da un lato, ai paesi emergenti viene intimato di industrializzarsi ulteriormente per evitare la dipendenza dalle importazioni (vedi Cina e la decisione presa durante l'ultima riunione del Partito Comunista), d'altra parte, nei paesi ricchi si vorrebbe arrestare il processo di deindustrializzazione iniziato negli anni precedenti (vedi Stati Uniti e gran parte dell'Unione europea) e tornare al vecchio modello di sostituzione delle importazioni.

A questo va aggiunto che alcuni paesi della periferia europea, e le economie asiatiche, guardano alle esportazioni come all'unico modo per accelerare la propria crescita (vedi Spagna, che è migliorata negli ultimi anni solo grazie al suo modello di esportazione). Questi tre fattori spiegano che le esportazioni argentine non possono crescere come negli anni precedenti. Per quanto riguarda le importazioni, mantengono ancora un ritmo crescente in Argentina, stimolate da una domanda interna molto forte grazie anche alle politiche redistributive attuate dall’attuale governo, e anche ad una domanda interna generata dalle industrie ad alta componente tecnologica che necessitano di risorse per il processo di reindustrializzazione. Questo spiega perché durante il 2013, le importazioni sono cresciute dell'8% mentre le esportazioni solo del 3%.

Questa è solo una motivazione strutturale di ciò che accade con l’arrivo e la fuga dei dollari. Ma ve ne sono altre. Accade per esempio che vi siano 8 milioni di tonnellate di cereali vendute nel mercato, soprattutto soia, ancora non pagate. Questo equivale a 3.500 milioni di dollari che potrebbero entrare nel paese, ma questo non avviene perché gli esportatori hanno deciso di entrare in sciopero per temporeggiare mettendo così sotto ricatto il paese nella speranza di ottenere una svalutazione che li favorisca. E, già incamminati, dato che tutto gli va per ora bene, destabilizzano la macroeconomia dei cambi grazie a questo mancato ingresso di dollari.

Così facendo, gli esportatori mettono sotto scacco il governo che a sua volta li aveva messi sotto scacco con la famose legge 125 che modificava le trattenute sulle esportazioni, tentando una sorta di colpo di stato che si potrebbe più agevolmente definire colpo di mercato. Questo sciopero dell’esportazione fa sì che il fisco non possa incassare la somma di circa 1400 milioni dollari che gli spetterebbero. La stampa internazionale, ma anche parte di quella argentina, scelgono di dire che ciò che avviene in Argentina dipende dalla decisione della Fed così come avviene per India e Turchia.

Altri ancora, approfittando del fatto che il mondo è pieno di coincidenze, urlano ai quattro venti che l'Argentina e il Venezuela hanno lo stesso problema di crollo della valuta. Non sono in grado di (o non vogliono) rendersi conto che si tratta di due economie diverse, nelle quali i dollari arrivano in modi diversi: in Venezuela, è la PDVSA del settore pubblico che esporta petrolio, mentre in Argentina al contrario, chi introduce i dollari è il settore privato. Non solo, ma il Venezuela ha un tasso di cambio fisso con due valori, uno preferenziale per la maggior parte dei beni (80%) e uno per il resto (che si applica ai trasferimenti di utili netti derivanti da investimenti esteri), mentre in Argentina vi è un sistema di cambio flessibile a fluttuazione gestita, con il coinvolgimento del governo nel mercato dei cambi il quale determina un tasso di cambio unico.

In Argentina, secondo quanto sta accadendo con questo remake del film già visto dal titolo: "le multinazionali del cereale contro il popolo" è che nel gennaio dello scorso anno era stato già pagato il 97% di tutto il raccolto di soia, mentre attualmente nello stesso periodo è stato pagato solo l'83%, ma non per mancanza di acquirenti cha anzi ci sono. Tuttavia, il problema centrale è che i produttori agricoli non sono soggetti democratici: il 6% degli agricoltori argentini concentra il 54% della produzione totale. Nel caso della soia, i dieci principali produttori di cereali del Paese realizzano da soli il 96% delle vendite all'estero. Ed ecco il nocciolo della questione, l’Argentina ha sì fatto dei passi per ridistribuire la ricchezza, ma molto resta ancora da fare nella redistribuzione del reddito primario. Questa mancata democratizzazione del potere economico dei grandi produttori viene pagato caro in democrazia. E questa volta, si paga con una svalutazione forzata che viene, guarda caso, orchestrata ad hoc insieme ad una gigantesca operazione speculativa in borsa.

La Shell ha acquistato infatti i pomodori al prezzo di 8,40 pesos ogni tre chili, quando costavano poco meno di 7,20. Perché? Perché è consapevole del fatto che la borsa non segue principi etici ma cerca il massimo profitto attraverso la speculazione. Alcuni potrebbero obiettare che era solo un modo per forzare il cambio finale del dollaro fin quasi agli 8 punti, costringendo inoltre il governo argentino a partecipare acquistando dollari, altri diranno che hanno pagato questi 3 chili (investendo milioni di dollari) a 8,40 perché prima avevano acquistato molti più chili ad un prezzo inferiore a 7, così quando il nuovo prezzo si sarebbe stabilizzato intorno agli 8, si sarebbe potuto vendere il resto dei pomodori guadagnando enormi profitti.
Entrambe le cose hanno senso, ma il risultato è che questa operazione è finemente sincronizzata alle altre situazioni già menzionate prima. Ecco il problema derivante dal continuare a fare affidamento su un sistema borsistico che mantiene ancora buona parte del sistema di controllo stabilito dalla vecchia dittatura argentina. 

Pertanto, questo ci insegna che i cambiamenti positivi a favore del benessere della popolazione che vengono implementati attraverso le politiche economiche, richiedono profonde trasformazioni in determinate strutture ereditate dal neoliberismo. Solo i saggi possono rettificare, e siamo ancora in tempo per evitare quelle pratiche speculative già viste in passato realizzando una riforma strutturale del sistema finanziario argentino.
Un altro fattore che sembra non venire mai preso in considerazione è il debito ereditato dal neoliberismo che viene ancora richiesto indipendentemente dalla ristrutturazione avviata nel 2005 . A tutto questo va aggiunto il mercato illegale del dollaro, che vuole prendere parte anch’esso a questa festa della destabilizzazione. Questo è quello che è successo e che sta accadendo realmente, niente a vedere con ciò che dicono i media mainstream in quanto non sono in grado (o non vogliono) di spiegare l’eterogeneità nazionale di questo meraviglioso paese.

Fonte: Telesur

21 febbraio 2014

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