venerdì 15 novembre 2013

Cambiare vita: Mollo tutto e me ne vado




Se state leggendo queste righe siete tra coloro che probabilmente desiderano dare una svolta alla propria esistenza. In questo blog ho spesso parlato delle implicazioni pratiche e psicologiche del cambio. Quelle che precedono il prima, durante e dopo la scelta. Io vivo attualmente a Fuerteventura, vengo da Gran Canaria tanti anni fa ho vissuto un paio di anni negli Stati Uniti, ho passato dei mesi in Messico, Canada e Australia e sono sposato con una Cubana così che trascorro regolarmente alcune settimane all’anno a Cuba e quindi sono tra quelli che lo hanno messo in pratica. 

In questi tempi di crisi non solo economica ma anche e soprattutto sociale e culturale dove una maggioranza sogna di cambiare la propria vita, ma spesso non sa come e in quale direzione muoversi, sono ormai milioni i siti e le editoriali che scommettono sul filone “mollo tutto” e propongono storie, racconti, consigli e manuali per aiutare i nuovi potenziali emigranti dello spirito  a puntare la prua della barca che è la loro vita nella direzione miglior per loro. I consigli si sprecano, spesso riprendono il vecchio filone di fine anni 90 primi 2000 che scommetteva tutto sulla crescita personale e lo sviluppo dell’autostima.

Per carità, consigli legittimi e convenienti ma che non sempre si possono mettere in pratica. E poi, cambiare tutto non vuole dire solo e necessariamente cambiare paese.

E’ verissimo, cambiare vita non significa solamente e necessariamente lasciare tutto, il paese in cui si vive ed andare altrove. Il cambiamento può essere rappresentato da molte varianti, lasciare il paese si, ma anche solo la città e spostarci magari in campagna. Cambiare anche solo lavoro, tornare a scuola, dedicare più tempo alle nostre passioni o sceglierne di nuove. Senza dubbio tuttavia, la forma di cambiamento considerata più radicale è quella di lasciare il proprio paese per ricominciare una nuova vita altrove. Vediamo allora se riesco a darvi qualche consiglio con il mio decalogo per il perfetto emigrante di successo (magari scriverò tante banalità anche io, ma per lo meno non ve le farò pagare).

Primo. Non abbiamo bisogno di nessuno che ci ricordi che ce la possiamo fare, che dobbiamo trovare il coraggio, questo già lo sappiamo, vero? Perché vedete, tutto è possibile, ma … costa sempre tanto tempo, tanto duro lavoro, tanti sacrifici e spesso il risultato non è mai perfetto. Molti hanno lasciato il loro paese e poi hanno fallito nel tentativo di adattarsi all’estero, e così sono tornati a casa con la coda tra le gambe. E molti altri, dei quali chi li conosce afferma abbiano avuto successo, si sono costruiti una nuova vita altrove ma sono spesso troppo orgogliosi per ammettere che nella migliore delle ipotesi hanno costruito una nuova esistenza banale e ripetitiva per nulla migliore di quella che hanno lasciato. Chi fugge, non ha molte probabilità di realizzare i suoi sogni, dato che spesso fugge da se stesso. Così, la causa del suo disagio è dentro di lui/lei, e dato che ciò che ha dentro lo seguirà ovunque vada, non farà altro che ricostruire ovunque si trovi lo stesso stile di vita dal quale cerca di fuggire.

Secondo. Avete deciso di lasciare tutto e partire finalmente? Adorate il mare ed il sole e quindi sceglierete un isola? Perfetto. Pianificate il tutto per tempo, nel dettaglio, soprattutto partite e recatevi sul posto, una, due, tre volte. E non per tre giorni; non bastano, almeno un paio di settimane ogni volta. Non alloggiate in albergo, vivete come i residenti. Calcolate il costo della vita, valutate la qualità dei servizi, la sicurezza dell’ambiente e la qualità della vita del posto. Valutatelo di persona, non fidatevi di chi vi offre consigli ed opinioni; vedete, la prospettiva nella quale ognuno di noi vede e valuta le cose è personale, io posso dirvi che il posto in cui vivo è meraviglioso perché mi piace, ma forse dopo averci passato alcune settimane voi lo potreste trovare disgustante.

Terzo. Sradicare un albero causa sempre sofferenza (a chi lo sradica e all’albero stesso), e trapiantarlo richiede molto tempo prima che si riadatti. Sarebbe buono conoscere prima, amare e fare propria la cultura del paese dove vorremmo trasferirci. Iniziando con la lingua per esempio. Vedete …  in vacanza ci può sembrare che una lingua la conosciamo abbastanza bene, almeno per comunicare l’essenziale. E forse è cosi. Ma inserirsi in un paese straniero prevede il conoscerne approfonditamente la cultura, e la lingua è la porta principale che si apre sulla cultura nella quale desideriamo inserirci. Ovviamente, non riusciremo mai a padroneggiare una nuova lingua come la nostra lingua madre, ma almeno, sforzandoci potremo usarla con più disinvoltura e farci dei nuovi amici. Non è sbagliato, intendiamoci, appoggiarci ai connazionali all’estero, ma vedete, è come quando da piccoli sentivamo il bisogno della mamma ogni qualvolta avevamo delle difficoltà. Poi siamo cresciuti, e, o almeno così dovrebbe essere, abbiamo conquistato la nostra autosufficienza. Così dopo un primo tempo in cui avremo approfittato dell’aiuto degli italiani già inseriti sul posto, dovremmo muoverci per crearci anche delle solide amicizie locali.

Quarto. (I connazionali già presenti sul posto). Importante tenere presente che spesso, anche se non sempre, gli italiani che ci capita di incontrare sul posto appartengono alla categoria dei “fuggitivi”. Scappati da qualcosa o da qualcuno per vari motivi: perché falliti, o con problemi con la giustizia, o semplicemente fuggiti per disagio psicologico, cioè quelli che non stanno bene con se stessi e hanno problemi a relazionarsi. Così la nostra avventura potrebbe ben presto trasformarsi in un incubo nel caso in cui ci fidiamo troppo di chi ci offre, lavoro,agganci,proposte di affari o anche solo consigli.  Per esperienza personale, è sempre meglio fidarsi della gente del posto. Soprattutto nel caso in cui siate interessati a rilevare o avviare la vostra attività in proprio; meglio rivolgersi agli enti preposti direttamente; camera di commercio, municipio, commercialisti ed avvocati locali, e soprattutto i vari enti governativi o para governativi preposti a questo genere di burocrazia.

Quinto. L’inconscio è quella cosa, come ricordava Sigmund Freud, che lavora su di noi anche quando non ce ne accorgiamo. Affiora solo di notte quando sogniamo, mentre di giorno quando siamo coscienti, lavora in background. E’ quella cosa per intenderci che ci fa essere timidi anche quando razionalmente sappiamo che non abbiamo ragione di esserlo, ci rende aggressivi anche quando ci rendiamo conto che non è giusto ed utile. Insomma l’inconscio ci condiziona a comportarci in un determinato modo quando siamo in presenza di determinati stimoli. Insomma, immaginate di essere un pianoforte, l’inconscio è quella cosa che determina la tonalità del suono della corda così che quando qualcuno toccherà il tasto corrispondente alla medesima, ecco che si ode quel suono preciso anche se non ci piace.

E siccome il buon Freud diceva che esiste anche un inconscio collettivo, questo ci ricorda che siamo italiani e così ci obbliga quasi in modo coercitivo ad agire da Italiani prima che da esseri pensanti e liberi. Non siamo tutti portati istintivamente a lavorare da camerieri o pizzaioli, ad aprire un ristorante o una gelateria, e tantomeno i locali se lo aspettano da noi in qualsiasi località; se e quando ci si aspetta che un italiano aprirà un bar, un ristorante o una gelateria è perché la stragrande maggioranza degli italiani che si trasferiscono all’estero sceglie una di queste attività.


Sesto. Condizione fondamentale per trasferirsi è trovare un posto di lavoro all’estero abbastanza decente e sicuro che permetta di mantenersi. Sarà possibile? Rispondo; Sì e No. Sì; nel senso che qui per esempio nelle isole Canarie di lavoro non ce ne molto ma cercando con tanta buona volontà e senza pregiudizi, qualcosa forse si trova sempre, No; dato che come dicevamo prima, tutto è possibile ma nulla è realmente facile. Se arrivate per ultimi sarete gli ultimi. Così allora, una buona dose di umiltà sarà la chiave giusta per riuscire, ma anche così dovrete tenere presente che il percorso è comunque lungo e duro. Dovrete cambiare spesso lavoro e stare lunghi periodi senza lavorare così che sarebbe molto buono avere almeno qualche soldo da parte prima di partire. Intanto il tempo passerà, e se non sarete tra quelli che demoralizzati abbandoneranno gettando la spugna, vi accorgerete che mese dopo mese ed anno dopo anno imparerete, conoscerete e vi farete conoscere. E quando meno ve lo aspetterete arriverà l’offerta di lavoro perfetta per voi. O semplicemente si creeranno le condizioni per entrare approfonditamente nella realtà locale.

Settimo. Non pensate sempre che in Italia questo o quello siano meglio. Mai vivere in un luogo tenendo il cuore in un altro. Non commettere lo sbaglio di pensare che siamo i migliori in tutto, che facciamo meglio ogni cosa, che siamo i più belli i più creativi i più furbi. Quelli che si vestono meglio ed hanno la cucina migliore. Non commettiamo lo sbaglio di entrare a far parte della comunità di italiani locali isolandoci dal paese che ci ospita. Molte sono le comunità di italo qualcosa che in ogni paese del mondo sopravvivono chiusi nella sfera di cristallo mentre guardano il mondo locale fuori  e pensano: “che bello qui, ma … guarda i locali come vestono, come mangiano, come parlano etc.” Gli altri non sono ne meglio ne peggio di noi, sono solo diversi. Studiare un poco di storia del paese che ci ospita potrebbe solo farci bene. Il primo passo per accettare ciò che non ci piace perché diverso è appunto pensare che è solo diverso, ne meglio ne peggio.

Ottavo. Cambiare vita, anche nel caso di chi ha intenzione di farlo trasferendosi a vivere altrove, deve rappresentare un cambio anche nelle abitudini di vita. Mi spiego; se vivete in una grande città e svolgete una vita classica e stressante del tipo casa lavoro casa, dove: traffico, inquinamento, stress, sedentarismo e alimentazione scorretta la fanno da padrone, qualora decidiate di trasferirvi per esempio alle Canarie, dovrete secondo me, pianificare attentamente anche il cambio dello stile di vita prima di partire. Cambiare alimentazione per esempio, eliminare grassi e zuccheri, imparare ad apprezzare il pesce locale, tra l’altro anche più economico. Mangiare forse meno, e dedicare tempo alle bellezza dell’isola anche solo per fare una passeggiata sul mare di tanto in tanto nei parchi piuttosto che passare ore a tavola ad abbuffarvi. Dedicarvi ogni giorno di più a fare attività fisica, il mare è sì un poco freddino alle Canarie, ma ci sono piscine quasi ovunque dove nuotare protetti da vento e onde, ed inoltre il clima è mite tutto l’anno così che fare jogging sul mare è sempre piacevolissimo. Dedicate tempo a voi stessi, alle persone che amate, rivalutate l’amicizia e lo stare insieme, leggete dei libri, imparate a fare delle cose nuove.

Nono. Ovunque decidiate di andare, quando giunge l’ora di partire e lasciare tutto, non rompete con tutto e non inviate tutti e tutto a quel paese. Non lo dico nel senso di tenere una porta sempre aperta nel caso doveste per qualsiasi motivo tornare. Sì anche per questo, ma soprattutto perché è giusto e corretto; arroganza e presunzione non pagano mai. Noi, voi, non siamo migliori perché abbiamo deciso di cambiare vita, abbiamo solo fatto una scelta, libera si spera, e convinti nel pieno diritto di questa scelta procediamo per realizzarci. Solo il tempo dirà se la scelta fatta ci darà soddisfazione o ci farà rimpiangere il passato. Meglio quindi partire cauti e con umiltà e soprattutto con lo spirito di chi pensa “vado, questo è ciò che desidero ora, ce la metterò tutta per realizzarlo”e a chi resta dovremo sempre fare sentire la nostra vicinanza, offrendo sempre di restare in contatto, e non dovremmo mai giudicare chi non condivide o non è pronto a fare le nostre stesse scelte.

Decimo. Quando finalmente arrivate nel paese in cui avrete scelto di trasferirvi, non fatevi prendere dallo spirito dei “bambini all’asilo quando non c’è la maestra”. Mi spiego, è da quando feci la mia prima gita scolastica che mi rendo conto di come gli esseri umani, (soprattutto i maschietti) quando escono dal loro territorio si trasformano disinibendosi. Sembra che quando si ha la sensazione che nessuno ci vede e dove nessuno ci conosce si perda ogni tipo di inibizione e di freno così che, come risultato, spesso anche i soggetti più timidi e “quadrati” siano propensi a fare e dire cose che normalmente non farebbero o direbbero dove tutti li conoscono.

Come i compagni di scuola della mia prima gita scolastica, così anche i vacanzieri ed i moderni giovani emigranti, quando si trovano in territorio non italico si lanciano spesso in esibizioni e pratiche che mostrano scarsa civiltà. Grida ed offese a chiunque ed in ogni dove, nessuna remora a non pagare multe o tasse, mancanza di rispetto per le persone e facilità nell’emettere pesanti giudizi verso chiunque non è come noi. Chiaramente non sto parlando della maggioranza, ma in passato mi è capitato di incontrare alcuni di questi esempi, e grazie a questi purtroppo, si crea il luogo comune ed il pregiudizio nei confronti degli italiani in toto. Un ragazzo americano conosciuto in occasione di una grigliata sulla spiaggia che poi divenne un amico, mi disse un giorno seduti davanti al fuco con altri ragazzi e ragazze americani: “sei strano, non mi sembri italiano”, io chiesi perché, lui rispose segnalando con un dito il gruppo degli altri studenti italiani, “beh … non bevi fiumi di birra tirando poi le lattine vuote in ogni dove, non gridi e urli a squarciagola offendendo tutto e tutti, con te si può parlare, non vai a orinare tra gli scogli cantando ad alta voce e non vai a toccare il posteriore di tutte le ragazze come stanno facendo loro …”


Bene, termina qui il mio decalogo di consigli, spero sinceramente vi servano almeno per riflettere.



15 novembre 2013

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